Fonjumetaw, 3 aprile 2105

Giovedì 26.03

Passo al dispensario e parlo un po’ con Ruby l’infermiera responsabile e scopro un altro volto della realtà che mi circonda. Mi racconta di ragazze , di ragazzi, di mamme che si scoprono affetti da AIDS e piangono disperati … non vogliono accettare questa condanna … e poi occorre andare all’ospedale per gli accertamenti e dopo  andarci ogni mese per prendere le medicine per la cura che vanno dosate di volta in volta e sono costi. Allora lei si fa venire le medicine ma tanti non possono pagarle; come fare?

 

Mi racconta di bimbi la cui mamma è morta e loro si portano dentro la stessa malattia e magari sono tre fratellini e sono stati presi in casa dalla nonna ancora giovane che ha già dieci figli suoi … come farà a trovare cibo ogni giorno per  sfamare quattordici bocche?

Mi racconta di ragazze che trovandosi incinte vogliono andare all’ospedale civile per abortire, di una ragazzina, un pò limitata, che per comperarsi un vestitino a Natale si è data ad un uomo per una somma irrisoria e si è ritrovata incinta e sieropositiva.

Mi racconta di uomini che sono malati e continuano trasmettere la malattia.

Perché? Non credono o non vogliono credere  che questa malattia esista …

 

Sabato 28.03

Sto leggendo un libro sulla preghiera del Card. Martini. Lui suggeriva di chiedersi ogni tanto quale episodio o quale parola del vangelo può esprimere al  meglio lo stato d’animo che si sta vivendo. Mi è venuto di pensare all’episodio della montagna:  Gesù porta con sé tre dei suoi amici e lassù  Pietro esclama “Signore è bello per noi stare qui!”

Sono stato portato sulla montagna,  via per due mesi dalla pianura. Fonjumetaw è anche geograficamente in alto, a 1600 metri e la missione è abbastanza isolata.

La vita qui,  nel rallentamento del tempo,  nella riduzione degli impegni  e nella rarefazione delle occasioni di incontrare persone con cui “devo” fare qualcosa per lavoro, senza che me ne accorga, mi ha restituito lucentezza nello sguardo, ampiezza nel sorridere e calore nel salutare le persone che incontro.

 

Quando ero qui mi ero impegnato a imparare il dialetto locale, il Bangwa o Nweh. Avevo scritto la grammatica, tradotto il catechismo, raccolto delle storie e iniziato anche un dizionario. Tornando ho incontrato diverse persone che sono interessate ad imparare questa lingua locale, allora sto usando un pò del tempo libero che ho per rivedere questi lavori.

 

 

Domenica 29.03

E’ La domenica delle Palme e celebro la festa alla solita chiesa, Foto per andarci mi faccio portare da un motociclista: viaggiare in moto, anche in due o tre oltre chi guida, è il mezzo più economico e comodo (!!), visto le condizioni delle strade . Dopo la benedizione delle palme facciamo la processione verso la chiesa, mi stupisco un pò perché è tutto compassato, mi sarei aspettato che la processione fosse più “africana”, cioè più vivace, più festosa, ma mi trattengo: devo essere rispettoso. Però poi appena entrati in chiesa non mi trattengo accenno ad un movimento di danza mentre si canta, spuntano i sorrisi sulle labbra e poi prima il coro e poi tutta l’assemblea mi seguono. E’ festa! e si va avanti così per tutta la messa.

Dopo scendo ancora in motocicletta per celebrare la messa con la piccola comunità di Efeh. La catechista è Veronica, la mamma di Melvis, la ragazza che ha rifiutato di sposare il capo-villaggio. E’ una piccola comunità, siamo una ventina di persone ma è bello ugualmente, anzi mi trovo ancora meglio.

 

Martedi 31.03

Domenica dopo le messe sono partito con padre Antonio per Mamfe, la città dove risiede il vescovo di questa diocesi. Ci sono voluto più di sette ore di viaggio per coprire la distanza di circa 270 km.

Martedì si è  celebrato nella cattedrale la Messa del Crisma, quella che da noi il vescovo fa il Giovedì Santo in mattinata. Eravamo presenti tutti i sacerdoti, le suore, i rappresentanti delle varie associazioni e  movimenti e di tutte le parrocchie. La messa è durata quatto ore e il momento dell’offertorio durante il quale le parrocchie i gruppi ecc.  portavano doni all’altare cantando e danzando è durato esattamente un’ora e mezza.

 

Il Vescovo mons. Andrew, quando frequentava il Seminario era della parrocchia in cui ho lavorato, Fontem. Quindi ci conosciamo molto bene, siamo amici. Era stato anche a Ronchi. In questi giorni sono stato suo ospite. Abbiamo ricordato alcune “storie” vere dei primi tempi del cristianesimo qui in Camerun. Ne condivido una quasi incredibile, che dice come diventare cristiani era una cosa molto molto impegnativa a quei tempi e spiega anche perché il è entrato profondamente nel cuore di tanti.

Si stava costruendo la chiesa di Shissong, una zona dove il cristianesimo ha messo profonde radici. In quel tempo la stragrande maggioranza dei catecumeni che si preparavano al battesimo erano adulti. Siamo agli inizi del 1900, non c’erano né strade carrozzabili né auto, allora il pa rroco ha incaricato i catecumeni, una trentina, di andare a Limbe, il porto, distante dai 600 ai 700 km., a prendere il cemento per la costruzione. Ci sono voluti trenta (!!) giorni di cammino per raggiungere la città. Arrivati, ognuno si è caricato un sacco di cemento sulla testa ed è ripartito. Dopo altri trenta giorni di viaggio, finalmente sono arrivati a Shissong. Il padre li attendeva. Ha contato le persone, ma ne mancava uno. Chiede cosa è successo. Gli rispondono: “Era stanco e si è fermato per riposarsi un po’!”. Il ritardatario è arrivato il giorno dopo col suo sacco di cemento. Il padre per punizione lo ha rimandato indietro a prendere un altro sacco di cemento, e lui senza fiatare si è girato ed è ripartito: iIl che ha voluto dire altri sessanta giorni a piedi …

Mercoledì 1.04

E’ l’ultimo giorno di scuola; anche per i bimbi della scuola materna cominciano le vacanze di Pasqua, due settimane, vengono consegnate le pagelle,  ma c’ è tristezza. Doris ha bei voti, è la quarta della sua classe, ma mostrando la

pagellina commenta: “Le vacanze sono troppo lunghe, venti  settimane!”. Sono solo due settimane, lei si sbaglia, non sa ancora bene i numeri, ma per loro le vacanze sono sempre troppo lunghe.  E sì!, per loro è più bello venire a scuola, giocare, imparare, bere quel bicchiere di latte e avere un pasto assicurato; a casa non è sempre così. Mi dicono le insegnati che d’estate è ancora peggio. A volte la mattina i bimbi si alzano presto, alle 5, si lavano da soli e quando la mamma o la nonna chiedono: “Cosa fate?”, rispondono che si preparano per  andare a scuola. “Ma non c’è scuola, siamo in vacanza”,  allora la loro domanda è invariabilmente: “ Ma perché le vacanze sono così lunghe?”

 

Viany, quella che ha riconciliato i genitori, invece ha in programma di andare con alcune sua amichette  a Fontem, la parrocchia vicina, per un weekend di formazione, ci vogliono i soldi per i trasporto e per il soggiorno: cinquemila franchi camerunesi (meno d i 10 euro, ma qui è tanto) i genitori le hanno detto che non hanno quei soldi per lei, che si deve aggiustare da sola se vuole andarci. Ma lei è decisa, tutte le volte che la mamma o il papà stanno per partire per il mercato immancabilmente dice loro: “Ricordatevi che io devo andare all’incontro!”. Come dire: non spendete tutti i soldi, mettete qualcosa da parte per me.

 

 

Anch’io sto vivendo il Triduo Pasquale. Solo due foto: l’altare dell’Adorazione del giovedì Santo, addobbato col caratteristico drappo tradizionale regale “nchen”. E una scena della Via Crucis del venerdì Santo animanta dai giovani.

 

Ancora auguro tutti, in particolare ai malati e a chi non può uscire di casa, una Buona Pasqua.

 

d. beppe